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GTA 6?
Editoriali

GTA 6?

La mia vita è già abbastanza open world

Lo so: GTA 6 sarà probabilmente uno dei videogiochi più grandi, costosi e curati mai realizzati. Eppure, quando penso all’idea di affrontare l’ennesimo enorme open world, non provo tutta questa voglia di giocarci.

Non perché GTA non sia una serie importante o perché non riconosca il valore del lavoro di Rockstar. Semplicemente, oggi non sento più il bisogno di entrare in un videogioco per simulare un’altra vita. Ne ho già una, ed è sufficientemente piena di impegni, responsabilità e cose da organizzare.

Nella realtà devo già lavorare, gestire scadenze, spostarmi, risolvere problemi e cercare di incastrare tutto nelle poche ore disponibili. Quando finalmente accendo una console, non voglio ritrovarmi in un altro mondo che mi presenta una lista infinita di cose da fare: guidare per chilometri, guadagnare denaro, comprare proprietà, cambiare vestiti, curare relazioni, svolgere attività secondarie e attraversare una mappa gigantesca per raggiungere l’ennesima icona.

Non voglio avere una seconda agenda dentro un videogioco.

Il problema non è soltanto la grandezza dell’open world, ma il tipo di impegno che spesso pretende. Molti giochi sembrano voler dimostrare il proprio valore attraverso la quantità: più chilometri quadrati, più missioni, più attività, più sistemi e più possibilità. Ma avere tantissime cose da fare non significa necessariamente avere qualcosa di interessante da vivere.

A volte significa semplicemente dover lavorare di più per arrivare alla parte divertente.

La ricerca esasperata del realismo, poi, non sempre migliora l’esperienza. Può rendere un mondo credibile e spettacolare, ma anche più lento e faticoso. Ogni azione deve avere un’animazione, ogni viaggio deve richiedere tempo, ogni attività deve rispettare le regole di quella realtà virtuale. È affascinante da osservare, ma non è detto che sia altrettanto piacevole da giocare.

Io non cerco una copia perfetta della vita quotidiana. Cerco qualcosa che la vita quotidiana non può offrirmi.

Oggi l’idea di vivere in una gigantesca città virtuale, piena di attività e possibilità, non mi emoziona come un tempo. Mi fa quasi pensare a un ulteriore carico mentale: un altro luogo da conoscere, altre regole da imparare e altre faccende da portare a termine.

Forse sono cambiato io. Probabilmente, crescendo, è cambiato il valore che attribuisco al mio tempo. Prima un mondo sterminato rappresentava libertà. Adesso rischia di sembrarmi soprattutto dispersione. Prima sapere di poter giocare per duecento ore era una promessa. Oggi può assomigliare a un avvertimento.

Non sto dicendo che GTA 6 non meriti tutta l’attenzione che sta ricevendo, né che chi lo aspetta stia sbagliando. Sto dicendo che io, in questo momento, non sento il bisogno di trasferirmi in una seconda vita digitale.

La mia vita è già un open world: ho missioni principali, incarichi secondari, imprevisti, persone da aiutare e una mappa sulla quale corro continuamente da una parte all’altra.

Quando gioco, vorrei almeno smettere di preoccuparmi di tutto questo.

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