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Videogiochi e amicizia
Editoriali

Videogiochi e amicizia

quando il gruppo diventa una seconda casa

I videogiochi non sono soltanto un passatempo. Almeno, per me non lo sono mai stati.

Sono luoghi d’incontro. Spazi nei quali persone magari lontanissime si ritrovano, sera dopo sera, per giocare, parlare, ridere e, a volte, anche per restare semplicemente in silenzio insieme.

Il gruppo con cui gioco è diventato nel tempo un vero punto di riferimento. Un sostegno concreto, soprattutto quando la vita decide di prenderti a cinghiate sulla schiena. In quei momenti sai che puoi accendere la console, mettere le cuffie e trovare qualcuno dall’altra parte. Magari non risolverà i tuoi problemi, ma potrai condividerne il peso. E quando un dolore viene condiviso, anche solo per qualche ora, diventa un po’ più leggero.

È strano pensare a come nascano certi rapporti. Tutto può cominciare con una partita casuale, una missione affrontata insieme o una voce sconosciuta sentita per la prima volta in chat. Poi passano le settimane, i mesi, a volte gli anni.

Piano piano impari a conoscere quelle persone. Riconosci il loro stato d’animo da come dicono “ciao” appena entrano nel gruppo. Capisci quando hanno voglia di scherzare e quando, invece, qualcosa non va. Festeggi una vittoria, ridi dopo una sconfitta e ti ritrovi quasi ogni sera con loro.

In fondo, non è poi così diverso dall’uscire con gli amici.

La forza del gruppo

Giocare insieme significa imparare a collaborare, fidarsi e comunicare. In certi giochi nessuno può fare tutto da solo: ognuno ha il proprio ruolo e persino il gesto più piccolo può cambiare l’esito di una partita.

Per noi, tra i tanti titoli giocati, Destiny è stato il punto d’incontro. È lì che ci siamo trovati ed è lì che abbiamo condiviso alcune delle esperienze più belle.

Missioni finite per un soffio, imprese che sembravano impossibili, cadute assurde, discussioni sulle strategie e battute che, con il tempo, sono diventate parte del nostro linguaggio. Aneddoti che probabilmente farebbero ridere soltanto noi, perché per capirli davvero bisognava essere presenti.

Mentre scrivo, certi ricordi non possono non farmi sorridere. Ma insieme al sorriso arriva anche un po’ di malinconia.

Forse perché so che quei momenti non torneranno esattamente nello stesso modo. O forse perché, alla fine, non era tanto importante la missione che stavamo affrontando. Erano importanti le persone con cui la stavamo vivendo.

Con il tempo, infatti, si smette di parlare soltanto del gioco. Si parla del lavoro, della famiglia, delle giornate storte e delle paure che spesso facciamo fatica a raccontare agli altri. A volte qualcuno entra in chat e non ha nemmeno voglia di giocare: ha soltanto bisogno di trovare una voce amica.

Ed è proprio lì che capisci che qualcosa è cambiato. Non sei più davanti a un gruppo di giocatori. Sei davanti a un gruppo di persone che, in qualche modo, ha imparato a volersi bene.

Le amicizie nate online non sono meno vere delle altre. Non serve necessariamente trovarsi nella stessa stanza per provare affetto, rispetto o gratitudine. Ci sono persone mai incontrate dal vivo che conoscono parti di noi che, magari, chi ci vive accanto non ha mai visto.

Virtuale non significa irreale.

Quando qualcosa si rompe

Naturalmente, non è sempre tutto bello.

Come in qualsiasi gruppo, anche in quelli nati attraverso i videogiochi arrivano tensioni, incomprensioni e momenti nei quali qualcosa si spezza. Alcuni rapporti finiscono per motivi seri: bugie, mancanza di rispetto, comportamenti offensivi o differenze diventate troppo grandi per essere ignorate.

Altri, invece, si rovinano per ragioni che, viste da fuori, sembrano quasi ridicole.

A volte basterebbe fermarsi e parlare. Chiedere: “Che succede?” prima di arrivare alle conclusioni.

Non è sempre facile, lo so. Ma dietro ogni personaggio e ogni nickname c’è una persona. Una persona con le proprie fragilità, i propri problemi e magari una giornata peggiore della nostra.

Le persone dietro lo schermo

I videogiochi hanno la capacità straordinaria di far incontrare persone che, nella vita di tutti i giorni, probabilmente non si sarebbero mai conosciute.

Da questi incontri possono nascere legami sinceri e ricordi capaci di restare per anni: una missione completata all’ultimo secondo, una caduta assurda, una risata incontrollabile nel cuore della notte o una battuta diventata comprensibile soltanto a chi faceva parte del gruppo.

Per gli altri sono episodi insignificanti. Per noi sono pezzi di vita.

Nessun gruppo, però, è perfetto. Ci sono persone che rimangono e altre che si allontanano. Rapporti che resistono anche quando si smette di giocare e altri che, senza una console accesa, sembrano non avere più nulla da dire. Ci sono amicizie che finiscono per motivi importanti e altre che si perdono per orgoglio, silenzi o incomprensioni mai chiarite.

Forse è normale che sia così. Anche se, a volte, fa male.

Alla fine, la differenza non la fa il videogioco. La fanno le persone e il modo in cui scelgono di trattarsi.

Possiamo cambiare personaggio, squadra, gioco o intero mondo virtuale. Ma dietro ogni nickname resta sempre un essere umano.

E forse dovremmo ricordarcelo un po’ più spesso. Perché le partite finiscono, il loot perde valore e prima o poi la console si spegne. Quello che rimane davvero sono le persone incontrate lungo il cammino e ciò che, nel bene o nel male, ci hanno lasciato dentro.

 P.S. e sapete una cosa?
Questa “cosa” dove state navigando nasce da questo gruppo. E Anche se dovesse fare 0 visite al giorno potrebbe diventare una sorta di nostro diario. Magari da consegnare ai nostri figli. Una sorta, tra le varie, di libro da sfogliare con le gioie e i dolori che abbiamo affrontato.
Noi quasi tutti oltre i 30 alle soglie quasi dei cinquanta che ci troviamo qui, a lottare con un mondo che dove ti giri ti giri ti dice che le cose vanno sempre peggio ma dove per fortuna, hai trovato dello spazio per la tua famiglia e per un gruppo di amici che ancora riesce a divertirsi insieme (mi viene da dire con poco ma oggi giocare è diventato quasi un lusso. Questa cosa fa parte de “il mondo va sempre peggio”).

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